In occasione dell’uscita di Un Orto al Centro, il libro di Antonio Pascale dedicato al decennale delle attività del nostro Orto, abbiamo scambiato due chiacchere con Valerio Borgianelli Spina, sin dal primo giorno tra i principali protagonisti del progetto con un lavoro costante e appassionato, fatto di intrecci, persone e stimoli sempre nuovi: un’esperienza unica nel suo genere.

Valerio, sei stato uno dei responsabili marketing e comunicazione del Centro Commerciale Campania per anni. Puoi descrivere brevemente questa esperienza, quello che ti è rimasto più impresso?

Ciao. Esperienza molto intensa. Venendo da altri luoghi ho avuto l’occasione di conoscere un territorio di cui non sapevo nulla e che si è rivelato interessantissimo. Unico rammarico non aver frequentato la città di Napoli quanto avrei voluto. Professionalmente, abbiamo fatto grandi cose in quegli anni, almeno secondo noi: la Wellness Week, i Tedx a notte fonda, centinaia di concerti: da Elio e le Storie Tese a Bollani, da Raiz ai Plaid, gli Avion Travel e Mika, etc.

Parliamo del progetto Orto in Campania, che ti ha visto coinvolto sempre in prima persona. Come è nato?

In prima persona ma sempre in squadra: dietro questo progetto ci sono 100 persone, non è retorica è matematica. Il progetto è nato come simbolo della raccolta differenziata del Campania che nel 2011 abbiamo riformato cercando di essere più ambiziosi (e arrivando in pochi mesi al 99% di differenziazione dei rifiuti). Volevamo costruire un programma didattico permanente per le scuole del territorio basato su un concetto fondamentale: i rifiuti possono essere risorse, ossia la frazione organica dei 25 ristoranti e bar del Centro Campania può diventare compost per alimentare un orto didattico che darà frutti da poter mangiare nuovamente. La proprietà del Centro (all’epoca olandese, oggi francese) ha creduto subito nel progetto, che senza gli amici di Slow Food non sarebbe mai nato. E’ con loro che abbiamo gettato tutte le premesse per costruire l’Orto in Campania.

Cosa ha significato e significa per te questa esperienza?

Un enorme pretesto per mettere insieme tante persone (intelligenze, sensibilità, formazioni e storie di vita) con l’idea di produrre valore intangibile e riflettere su questioni importanti riguardo alla sostenibilità nel migliore dei (non)luoghi possibili. Lo dico solo perché suona bene, ma questa cosa dei non-luoghi riguardo i centri commerciali è quasi un nonsense, una definizione spuntata, anche Marc Augé se n’è accorto nel tempo. Invece, creare questi progetti in un contesto del genere ha davvero molto senso. Ne parleremo dopo se vuoi.

Sei riuscito con il tuo lavoro, insieme a una squadra di colleghi e addetti specifici – bisogna dartene merito – a mettere insieme più realtà: contesti spesso apparentemente lontani tra loro che poi si sono rilevati proficui per questo progetto. Quali sono stati i vantaggi e le criticità, qualora ce ne siano state?

Per le collaborazioni direi che in 11 anni problemi non ce ne sono stati: se ben strutturati i processi partecipativi funzionano e basta. I vantaggi di creare un progetto del genere in un centro commerciale sono moltissimi, principalmente il numero enorme di persone che si possono raggiungere per condividere idee. Un altro vantaggio è stato quello di essere supportati completamente dalla proprietà e dagli esercenti del Centro. Un progetto del genere ha bisogno di risorse, tempo e organizzazione. Criticità non ne vedo. A parte un paio di zucche lunghe napoletane e qualche pianta di capperi rubate nottetempo. Ma in 11 anni, pensando che l’orto è aperto e sempre accessibile, mi sembra piuttosto una bella notizia.

Pensi che un progetto del genere, unico nel suo genere, sarebbe sorto lo stesso in un contesto sociale diverso o trae la sua forza proprio da questo?

E’ un progetto decisamente oltre il post moderno, se fossimo negli USA direi tra Thoreau e Foster Wallace. Ma noi siamo a Caserta e quindi Antonio Pascale ci racconta benissimo il contesto/decontesto di questo progetto. Ossia, nasce in una terra agricola, di cultura agricola e ricca di biodiversità, ma in un contesto industriale; vicino ai campi coltivati, ma in un parcheggio; siamo nel mondo del commercio, ma comunicazione sulla sostenibilità. Questa è la sua principale caratteristica: la decontestualizzazione ha sempre una forza dirompente, soprattutto in luoghi d’aggregazione, dove la dinamica dell’ “inciampare” in cose inaspettate (e interessanti, speriamo) ha stimolato più di una persona. Se non ci credi, chiedilo a quel tale, Marcel Duchamp.

Arriviamo al libro. Una pubblicazione importante, un lavoro che racchiude dieci anni di passione, costante lavoro collettivo ed individuale, pieno di esperienze bellissime e umanamente formative. Come è nata l’idea di mettere tutto su carta?

È un’idea generazionale, mi rendo conto. I quarantenni di oggi sono ancora legati ai libri, non tutti, ma alcuni sì, anche romanticamente, forse troppo. Un libro è un oggetto denso con un suo peso specifico (soprattutto se realizzato con la copertina rigida) che ha il potere di convogliare idee: il massimo del tangibile emana l’intangibile. Certo i libri vanno letti, altrimenti sono del tutto inerti e rischiano solo di aumentare il carico d’incendio di una stanza.  Quindi, un libro per fissare ricordi, lanciare idee, riflettere su questo progetto. Un libro che abbiamo realizzato per gettare cuore e cervello oltre il nostro ombelico e cercare di metterci in comunicazione con quante più persone possibile. Per questo motivo il contributo di Antonio Pascale ci è sembrato da subito imprescindibile: uno scrittore, un agronomo, un casertano. Perfetto, no?

Come è nata la collaborazione con Antonio Pascale?

Come dicevo sopra. Era la persona perfetta per scrivere di questo progetto. E poi, un elemento importante, gli scritti di Pascale sono sempre stati presenti nelle formazioni per gli educatori dell’orto. Il suo libro Scienza e Sentimento lo abbiamo letto più volte quando preparavamo i laboratori per le scuole. Alcune tensioni nel mondo della produzione agricola, della sostenibilità, o anche tutti quei concetti che implicano visioni valoriali, vanno indagati con forza e il confronto tra posizioni diverse è imprescindibile. Per fare educazione è bene allenarsi a comparare prospettive con senso critico, ed è grazie a questo esercizio che ai ragazzi si insegna un metodo più che una visione del mondo. Ricordiamoci che questo progetto deve a Slow Food una parte importante del suo impianto teorico, il movimento internazionale nato a Bra è alla base di molti progetti del genere in tutto il mondo e dagli anni 90 ha cambiato il modo di concepire il cibo, la cultura gastronomica e la sostenibilità legata alla produzione agricola. Chi oggi si occupa di queste materie è sempre debitore di Slow Food anche se non lo sa. Ricordiamoci altresì che Antonio Pascale ha sempre sostenuto di essere d’accordo con Slow Food solo parzialmente, sono molti invece gli argomenti su cui ha una visione molto diversa: dicevamo “dialettica”, giusto?!

Puoi condividere con noi un episodio, un aneddoto, qualcosa che ti è rimasto profondamente impresso e che riguarda questo progetto?

Ci sarebbero centinaia di frasi incredibile sentite dai bambini che hanno partecipato ai laboratori. Ma ti rispondo dicendoti che una delle cose più belle di questo spazio è vederlo tra settembre e ottobre, quando le piogge e il fresco riportano il verde, mentre i colori autunnali iniziano a cambiare la fisionomia degli alberi. Niente male per un pezzetto di natura in un parcheggio.

Se dovessi descrivere con tre aggettivi questo Orto, oggi, dopo il fermo pandemico?

Rinnovato, fiducioso, aperto.

 

 

Una risposta

  1. Bella e “sentita “ quest ‘intervista “ a Valerio Borgianelli
    Grazie per aver dato vita a questo progetto unico e meraviglioso che si arricchisce sempre più d’esperienza, innovazione, studio ,sostenibilità e aggregazione.

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