C’è un momento, subito dopo l’Epifania, in cui le case sembrano più silenziose, le luci spariscono, i dolci finiscono e il tempo torna improvvisamente normale.

È allora che ci viene naturale dire che l’Epifania tutte le feste porta via, quasi fosse una piccola malinconia da accettare.

Eppure, per chi viveva di terra, quel giorno non era una fine, ma un ritorno. Un ritorno allo sguardo attento, ai gesti lenti, all’osservazione di ciò che davvero conta. Nelle campagne, con l’Epifania, si smetteva di celebrare e si ricominciava a guardare il cielo, il vento, il terreno sotto i piedi. Era il momento in cui il tempo smetteva di correre e tornava a scorrere secondo il ritmo della natura. La Befana, che oggi immaginiamo con la scopa e il sacco, nasce come simbolo antico dell’anno che si consuma, della terra dopo il raccolto, stanca ma non vuota, spoglia solo in apparenza.
È vecchia perché rappresenta ciò che è stato, ma porta doni perché sotto quella superficie apparentemente ferma c’è già il nuovo che aspetta.
Nei giorni intorno all’Epifania si usciva nei campi con uno sguardo diverso, si osservava la brina del mattino che induriva la zolla, il freddo che pizzicava le mani, il vento che puliva l’aria. Ogni segnale aveva un significato, ogni dettaglio raccontava qualcosa dell’anno agricolo che stava per iniziare. Il gelo non era temuto, anzi, era considerato necessario, perché ripuliva la terra e la rendeva più forte. Anche i falò accesi in questo periodo, dove la tradizione lo prevedeva, parlavano lo stesso linguaggio: bruciare ciò che non serve più, lasciare andare il passato, restituire alla terra ciò che ha già dato.
Nell’orto, oggi come allora, questo tempo si riconosce subito. È il momento in cui non si semina ancora, ma si sistema, si ripulisce, si pota, si mette ordine. Si cammina tra le aiuole spoglie e si immagina già quello che verrà, senza fretta, perché la terra ha bisogno di riposo quanto chi la coltiva.
L’Epifania porta via le feste, sì, ma lascia in dono qualcosa di più prezioso: il tempo giusto. Il tempo dell’attesa, dell’osservazione, della progettazione. Quel tempo silenzioso in cui l’orto sembra fermo e invece sta già preparando la prossima stagione.

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